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Publié par Mario Chiappuzzo

                                                                                                                                                         

IL DIAVOLO E’ LA NOIA

Inviato da Mario Chiappuzzo

sabato 30 settembre 2006Peter Brook, 82 anni, leggendario regista della Royal Shakespeare Company di Londra, attuale direttore del CentreInternational de Creation Théâtrales di Parigi, è considerato il più grande regista teatrale vivente. Jean Guy Lecat (foto) è il suo scenografo da 30 anni. Officier des Art et des Lettres, ha trasformato, creato o recuperato oltre duecento teatri nel mondo. E' stato anche scenografo di altri grandi della scena internazionale come Jean Louis Barrault, Jean Vilar, il Living Theatre e il Cafè La Mama, Luca Ronconi e Dario Fo, Samuel Beckett, Copi, Roger Blin, nonchè di compagnie inglesi come la Old Vic e la Royal Shakespeare Company. Approfittando della sua amicizia con il noto scenografo invitato alla scorsa conferenza su "Architettura e Teatro" di Reggio Emila,

Mario Chiapuzzo lo ha invitato ad una chiacchierata a Novi.

Mario Chiapuzzo - Se per Brook lo spazio teatrale è un "volume vuoto", cosa ci fa uno scenografo in un "vuoto"?

Jean Guy Lecat - Peter non vuol dire che lo spazio debba essere vuoto da ogni cosa ma che, se si vuole lavorare in modo serio, bisogna "cominciare" da un vuoto. C'è già lo spirito degli attori che è pieno di emozioni, e queste emozioni devono uscire in uno spazio il più accogliente possibile, quindi il più vuoto. Per fare teatro non abbiamo bisogno quasi di nulla. Innanzi tutto di un'idea, poi un testo, gli attori e infine un pubblico. Poi abbiamo bisogno di costumi, perché gli attori non recitano nudi, ma i costumi già "raccontano" qualcosa, cioè dove e quando si svolge la storia. Poi abbiamo bisogno di luci, e anche le luci "raccontano" qualcosa, poi gli accessori di scena... e così via. Per Peter, anche i muri del teatro raccontano già qualcosa. Allora solo alla fine arriva la scenografia, cioè quando ci si chiede : cosa manca? Con il mio lavoro metto quello che manca affinché lo spettacolo sia completo. La difficoltà è proprio nel mettere in scena le coseche non raccontano altro che la storia che vogliamo raccontare. Ecco il vero problema dello scenografo. Ecco la differenza tra Brook e altri registi che prima ancora di iniziare le prove hanno già tutta una bella scenografia.

 M.C. - Con Brook avete creato spettacoli in ogni tipo di spazio?

 J.C.L. - Dappertutto. Credo non ci sia stato un luogo possibile in cui non l'abbiamo fatto. E in ognuno di quegli spazi il mio compito è sempre stato di tornare all' origine dell'idea dello spettacolo. E all'origine di tutto il lavoro teatrale c'è sempre, comunque, ciò che vogliamo che il pubblico immagini. Perché il pubblico viene per "immaginare", non solo per "guardare".

 M.C. - Il pubblico non deve avere tutto mostrato, ma deve avere la possibilità di completare con la sua immaginazione.

 J.C.L. - Proprio così! Perché se si guarda e basta, anche se insieme in una sala, in realtà non si condivide nulla. Ad esempio se io ti faccio vedere la mia artrosi nele dita, ti annoi. Ma se ti racconto la notte che ho passato con una giovane donna....

 M.C. - Ah!

J.C.L. - E' più interessante vero? Perché in questo caso tu non guardi solo, ma vedi, immagini. E inoltre il pubblico non solo "viene" a teatro, ma "si raccoglie" a teatro, in una sala, per "condividere il proprio immaginare". E' molto differente dal football ad esempio, dove certo si partecipa insieme, ma non si immagina nulla, si guarda.

 M.C. - Si deve sempre saper tenere l'attenzione.

 J.C.L. -Se non c'è attenzione arriva sempre la noia di cui parla Brook nel suo libro. (Il diavolo è la noia-ndr).

 M.C. - Ah, il diavolo!

 J.C.L. - Si, il diavolo!

 DIECI ANNI PER FORMARE UN PUBBLICO.

 M.C. - In passato Novi Ligure è rimasta per molti anni senza stagione teatrale. Cosa ci puoi dire sulla difficoltà di riabituare un territorio al teatro?

 J.C.L. - Se si fanno spettacoli interessanti la gente si riabitua alle buone abitudini. Nella nostra epoca il teatro ha perso una relazione naturale col pubblico. Durante gli spettacoli di Shakespeare, che duravano cinque ore, gli spettatori entravano, uscivano, andavano a mangiare un panino, poi ritornavano, si raccontare cos'era successo nel frattempo e continuavano a seguire. Erano gli attori e l'autore che dovevano saper catturare il pubblico. Certo, è più facile chiudere le porte e dire "silenzio!", ma si obbliga ad un falso rispetto. Credo che sarebbe un errore. A teatro è la relazione con lo spettatore che deve essere sufficientemente forte da far rimanere il pubblico, da farlo stare in silenzio, da farlo arrivare puntuale. Al Bouffes du Nord (il teatro parigino di Peter Brook-ndr) gli spettatori arrivano puntuali, anche se non chiudiamo le porte, semplicemente perché li abbiamo abituati per anni alla puntualità dell'inizio dello spettacolo. Ci vuole tanta pazienza, per costruire un pubblico. In media non meno di dieci anni.

E credo che un suggerimento sul "come fare"venga dagli stessi grandi autori di teatro. Cecov, Shakespeare, Molière, per ottenere l'attenzione del pubblico intanto iniziano col raccontare una storia, che comincia da A e finisce a Z. Una storia, proprio come quelle della televisione. La presa del potere di Riccardo III non è molto diversa dall'ascesa di un cattivo in un polpettone televisivo. O nella cronaca nei giornali. I grandi autori fanno la stessa cosa perchè il pubblico ha bisogno di una base semplice per seguire. Il problema del teatro moderno è che abbiamo un pò perduto questo percorso dello spettatore, si va subito al fondo, in un paio di scene, e poi non ci si capisce più niente. Penso che a teatro non si debbano fare solo cose molto intelligenti, perché avremo solo un piccolo numero di spettatori. Credo che una buona stagione teatrale sia proprio questo : seguire la realtà della gente.

 MANO ALLE FORBICI.

 M.C. - Verniamo a qualche consiglio per i nostri teatranti novesi che in questi mesi iniziano proprio a mettere in cantiere i prossimi lavori. Quali sono i primi passi da fare nelle prove?

 J.C.L. - Brook dice sempre che uno spettacolo ha come prima fase un lavoro di distruzione di ciò che pre-esist : clichè, vecchie abitudini, preconcetti. Distruggere per ricreare. E poi levare, levare, levare.

 M.C. - Brook leva anche del testo? Taglia anche i grandi classici?

J.C.L. - Certo. Perché siamo in un altra epoca. Come anche la traduzione è da rivedere. Il teatro non è una cosa facile. Ma Shakespeare non ha scritto Amleto perche fosse rappresentato nel 2006? E poi, non sappiamo neppure come lo recitassero all'epoca. Ad ogni modo il Teatro è la Vita, e la Vita è quella di oggi. A volte una musica o un quadro sono scoperti nel loro valore solo un secolo dopo, ma il teatro no, il teatro è di oggi, non si può scoprire tra cent' anni. Il teatro di oggi non è più quello degli anni 70, degli anni 80, perché le abitudini cambiano. Se pensiamo alla vita di un uomo di teatro, 40-50 di lavoro, ma tra il momento in cui ha iniziato e il momento in cui si ritira è cambiato quasi tutto. Per questo non si possono fare delle regole, delle ricette. Ci sono solo delle grandi linee, che restano sempre valide, come queste due :

- per fare teatro non si ha bisogno di nulla;

 - se abbiamo bisogno di qualcosa lo si trovi tramite l'attore. Come Shakespeare fa dire al Coro dell'Enrico V : "...gentile pubblico, quando vedrete un soldato su questa scena, immaginatene mille..."

M.C. - Più mostriamo delle cose meno si immagina. 

M.C. - Anche quando parla del cinema Brook parla di " levare, levare..."

J.C.L. - Con le forbici.

M.C. - Ma in teatro non è possibile. 

J.C.L. - Certo, non c'è il montaggio come nel cinema. Ma penso comunque che anche in teatro  " le forbici producono vita". C'è troppo autocompiacimento negli artisti. La vita viene dal ritmo e il ritmo viene dalle forbici. Nello spettacolo di Brook "La Conférence des Oiseaux", alla prova generale il direttore festiva d' Avignone, gli amici, i critici, tutti trovarono lo spettacolo magnifico. L'indomani, alle due di pomerigggio, sotto il sole cocente di Avignone, (e dovevano recitare la Prima la sera stessa), Brook ci ha convocato tutti e ha tagliato un quarto dello spettacolo : mezz'ora su due ore! A poche ore dal debutto. Scene magnifiche, trovate dopo mesi di lavoro! Ma aveva ragione. Non si può mettere tutto, bisogna sapere quel che si vuole.

M.C. - Quando ha realizzato la Carmen di Bizet con la direzione d'orchestra di Marius Constant, Brook si è trovato di fronte a un passaggio in cui sia il testo che la musica non lo soddisfaceva. Allora ha tagliato tutte quelle parti che non costituivano relazione tra i personaggi.

I VOLUMI DEL FUTURO TEATRO MARENCO.

M.C. - A proposito di questa relazione indispensabile al teatro, esistono edifici teatrali che la aiutano e altri che la rendono impossibile. Con Brook per oltre trent' anni avete fatto teatro in moltissimi tipi di spazio. Quali problemi hai avuto?

J.C.L. - Credo non ci sia stato un luogo sul pianeta in cui non abbiamo fatto teatro! E in ognuno di quegli spazi il mio compito è sempre stato di permettere quella relazione tra pubblico e attori. Quando un teatro o una città ci invita, io vado sempre prima a vedere se lo spazio proposto va bene.  

M.C. - A Novi sta per essere recuperato un teatro all'italiana dell'800. Come renderlo permeabile a quella relazione ?

J.C.L. - Anni fa siamo stati al teatro Argentina di Roma, con la Carmen di Bizet, e abbiamo avuto subito un grosso problema : l'esistenza di due mondi molto distanti tra loro, tipico di tutti i teatri all'italiana. Il mondo delle poltrone della borghesia romana e il palcoscenico. Quando si è scenografi non si deve pensare alla scenografia come alla "posa di scene pre-fabbricate", ma ritornare sempre all'origine dell'idea registica e cercare di realizzarla nello spazio reale che ci si trova davanti e che non si può far finta di ignorare. Al teatro Argentina, ho cercato di ritrovare l'arena della Carmen, quella degli uomini dell'800 a cui fa paura la libertà di una donna, che proprio quella libertà cercano di imprigionare. Avevo subito visto che all'Argentina, con quel palcoscenico così alto e distante dal pubblico, non era possibile realizzare l'arena di Brook. Allora ho cercato di ricreare l'arena in un altro modo. Innanzi tutto ho tagliato via il palcoscenico, chiudendolo con il sipario. Poi ho fatto levare le poltrone di platea installando al loro posto la nostra arena, rimettendo così Carmen al centro degli spettatori. La sera della prima c'era tutto il bel mondo romano, c'era anche Fellini. Molti si appoggiavano al parapetto dei balconi per vedere la scena sotto di loro, e così facendo, senza volerlo ricreavano la stessa atmosfera delle arene di Siviglia! Ecco come ho ritrovato l'idea originaria di Brook, e di conseguenza Brook ha ritrovato la scintilla originaria di Bizet. Nella ristrutturazione del teatro di Novi, pur mantenendo il carattere originario, bisognerebbe tener conto della possibilità di variare i volumi a seconda degli spettacoli accolti, perchè ogni tipo di spettacolo ha bisogno di poter ricreare la sua particolare relazione con il pubblico.

M.C. - Altrimenti...arriva il diavolo!

J.C.L. - Ah, oui! L'ennui.

M.C. - La noia.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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